Avvento, vivere l’attesa che sa scoprire la presenza

Domenica prossima inizierà il tempo di Avvento. E risuonerà, nelle nostre Liturgie di inizio d’Avvento, un verbo: “vegliate”. È un verbo che deve attraversare il cuore.
È scritto: Vegliate perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.
Quasi a dire alla Chiesa, alla Comunità, a ciascuno di noi: tu sai che il Signore verrà, ma non sai quando. E, allora, rimani nell’attesa di chi veglia.
Ma, ci domandiamo, il Signore non è forse già venuto?

Un grande padre cistercense del XII secolo, Aelredo di Rievaulx, si chiedeva: come può venire in cielo e sulla terra colui che riempie il cielo e la terra?.
Il padre cistercense aveva trovato una risposta, alla domanda nel prologo del Vangelo di Giovanni, dove è scritto: Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe e conclude: Perciò era presente e assente nello stesso tempo.
Potrebbe, allora, diventare un proposito per il tempo di Avvento: riconoscere la presenza, scrutare, tenere gli occhi spalancati, lasciarsi avvincere da una presenza che non grida, da uno splendore che non abbaglia, da un parola che non assorda. E, maestra di attesa e scoperta, ecco il cammino della Liturgia che vuol aiutarci a vivere l’attesa che sa scoprire la presenza.

Prima di tutto, la Liturgia ci mette in guardia da un impoverimento: l’Avvento per qualcuno di noi, forse per molti di noi – ma non per colpa nostra, solo per una cattiva educazione – va dicendo: è Avvento, la bella l’attesa del Natale, il prepararsi al Natale.
Attenti! Ci dice la Liturgia: se l’Avvento è attesa, e se l’attesa non può essere una finta, dobbiamo onestamente ammettere che non si può attendere ciò che è già avvenuto, la nascita di Gesù.
Dobbiamo dire, soprattutto ai devoti e ai religiosi, che l’invocazione “Vieni Gesù” non può, oggi, avere come oggetto la nascita di Gesù.
La preghiera “Vieni, Signore Gesù” – una delle più care alle prime generazioni cristiane – oggi può avere per oggetto solo la venuta di Gesù alla fine dei tempi. Questa sì, non ancora avvenuta.

Ed eccoci allora a cercare di scoprire il senso pieno del tempo di Avvento.
Il Tempo dell’Avvento Ambrosiano è più lungo di quello Romano e occupa ben sei settimane. Inizia sempre la Domenica che segue la festa di San Martino (11 Novembre e, per questo, viene anche definito “Quaresima di San Martino”) e si prolunga sino alla vigilia del Natale del Signore.
Nelle Comunità di rito ambrosiano si è conservata, nel passare dei secoli, l’esigenza di un tempo prolungato e intenso di vigilanza nell’attesa: proprio l’antica parola “Avvento” (utilizzata dagli antichi sovrani orientali, per indicare il rituale con il quale celebravano il loro arrivo solenne in una città) vorrebbe essere l’invito a rammentare che sta arrivando (dopo un cammino di sei Domeniche) non qualcosa, ma Qualcuno.
Avvento è una parola che deriva dal latino e che significa “arrivo” o “venuta”, proprio per ricordare che l’Avvento vuole aiutarci non solo a prepararci al Natale (cioè al mistero dell’Incarnazione di Gesù, il Figlio di Dio), ma vuole, soprattutto nella prima parte, aiutarci vivere l’attesa del ritorno di Gesù nel tempo e nella storia umana. È un tempo di attesa e di vigilanza nella fede, nella preghiera e nella carità affabile e paziente verso gli altri che condividono con noi il cammino della quotidianità.

In questo anno, il Lezionario ambrosiano (è l’anno C) propone il cammino di Avvento donandoci un’abbondanza di Parola di Dio: è bello anticiparne, insieme, la ricchezza di questo dono.

I DOMENICA – La venuta del Signore: l’Evangelo di Luca (21, 5-28) ci introduce all’attesa delle cose ultime (l’attesa escatologica) e ci invita alla vigilanza della venuta del Signore Gesù. La proposta di Luca è che, nelle situazioni caotiche e drammatiche della storia, l’atteggiamento di chi attende il Signore è, paradossalmente, il contrario dell’agitazione, della frenesia, dell’ansia: non preoccuparti come se tutto dipendesse da te. Pensa che neppure un capello del tuo capo ti sarà toccato. Tieni duro nella tua fedeltà al Signore e avrai salva la vita.

II DOMENICA – I figli del Regno: l’Evangelo di Marco (1, 1-8) ci ripropone l’inizio del Vangelo di Gesù Cristo. Ma non è l’inizio di un libro, bensì è l’inizio dell’Evangelo, della buona notizia. C’è sempre, e questo è vero fascino, un inizio, la possibilità di un inizio: anche quando tutto sembra finire o anche quando tutto sembra una ripetizione, ripetizione di un copione ampiamente usato, abusato. È l’inizio della buona notizia di Gesù: dove di Gesù significa che la buona notizia è Gesù, è Lui l’Evangelo, la novità è Lui, la sua presenza.

III DOMENICA – Le profezie adempiute: è ancora Luca (7, 18-28) a guidarci. Noi ci attendiamo da Dio sempre qualcosa di diverso da quello che egli fa. E se non coincide con la nostra idea, dubitiamo. Se non il dubbio, almeno la perplessità ha sfiorato anche Giovanni Battista: lui, il precursore, riteneva che occorresse un messia dal braccio forte, un giudice intransigente che ponesse finalmente termine al sopruso e all’ingiustizia dilagante nel paese. Ed ecco, invece, un mite maestro, circondato di pochi discepoli, che percorreva le strade umane, parlando d’amore e di misericordia, guarendo malati e perdonando i peccatori. E, proprio per i peccatori, quando tutte le porte sembrano chiudersi, lui apriva una via nuova, una possibilità nuova, perché, nel perdono di Dio, c’è una possibilità nuova, anche per il peccatore.

IV DOMENICA – L’ingresso del Messia: anche Martin Lutero, nel suo Lezionario Riformato, aveva posto il ricordo dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme in pieno Avvento. Leggendo la narrazione di Marco (11, 1-11), noi ricordiamo che la vita del cristiano è una vita di attesa: l’attesa di “colui che viene”, il veniente, nel nome del Signore. Il sentimento prevalente, nei giorni di attesa dovrebbe essere la gioia anche se, spesso il ritorno del Signore, del Veniente viene evocato sotto i segni non della gioia, ma della paura. Ma non si può attendere la paura. Si attende la gioia perché, in Gesù che viene, c’è sempre una possibilità di salvezza. Quando viene Dio, viene la gioia, viene la festa, nasce la creatività, la fantasia, la voglia di cambiare, di cambiare noi stessi e di cambiare il mondo, la voglia di inventare qualcosa di diverso.

V DOMENICA – Il Precursore: si legge, in questo anno, l’Evangelo di Giovanni (3, 23-32a) dove la testimonianza di Giovanni Battista nasce in un contesto di meschinità umane, di corte visioni, una religione ridotta a numeri, ad appartenenze, segnate da sussulti di rivalità e da gelosie. Giovanni, che si sentiva come l’amico dello Sposo, l’amico che prepara le nozze, si fa da parte. Così, libertà e gioia scaturiscono dalla capacità di Giovanni di accettare chi lui è: l’amico dello sposo. Amicizia nella quale può diminuire e trovare in questo una gioia piena. Questa è l’ultima testimonianza di Giovanni prima del suo martirio: un amore più grande di ogni proprio progetto che permette di annunciare come si può nascere dall’alto a partire dalla nostra umanità.

VI DOMENICA – Domenica dell’Incarnazione: è la festa della divina maternità di Maria, la celebrazione mariana più antica della liturgia ambrosiana. Luca (1, 26-38a) ci narra, nell’annuncio dell’angelo, che Dio è nel quotidiano più quotidiano, nel grembo di una ragazza di un paese sperduto: non siamo né a Gerusalemme, né siamo nel tempio. La quotidianità dove Dio inizia il suo viaggio nella carne di questa umanità. Un Dio che chiede permesso. Chiede di essere ospitato. Per iniziare il suo viaggio. E la ragazza diede il permesso, il permesso a Dio. Senza il suo “ecco la serva, avvenga per me secondo la parola”, il viaggio non sarebbe iniziato, non ci sarebbe stata notizia buona, quella di un Dio che si fa carne, si immerge. A condividere i nostri giorni e le nostre notti. (d. Angelo Casati).

L’Avvento 2024 è segnato anche dall’inizio dell’utilizzo della nuova edizione del Messale Ambrosiano. Una edizione, ci viene detto, rinnovata in modo significativo nella sua struttura e nei suoi contenuti. Rispetto al Messale precedente c’è l’adeguamento al nuovo calendario liturgico ambrosiano e una diversa distribuzione delle Orazioni e degli altri testi del formulario delle Messe, rendendole più corrispondenti alla scansione dei Tempi liturgici.
Resta sempre aperto, tuttavia, il problema del linguaggio liturgico che non è fatto soltanto di parole, ma include anche il gesto, l’immagine, la musica, lo spazio. Ci accorgiamo, infatti, che spesso il nostro culto utilizza linguaggi che non comunicano esperienze, utilizza gesti che non sanno abbracciare e parole che non sanno commuovere.

Forse abbiamo bisogno di ripensare al significato delle celebrazioni liturgiche che svolgiamo più per tradizione che per nutrire il nostro cammino comunitario di fede, speranza e carità. Ma questa è una sfida che dobbiamo imparare ad accogliere quotidianamente come singoli e come Comunità.

Dalle Orazioni e dagli altri testi, che scopriremo Domenica per Domenica, possiamo sin d’ora scoprire quali atteggiamenti ci vengono suggeriti per vivere intensamente il prossimo Tempo di Avvento:

Ci auguriamo, quindi “buon Avvento” e vorrei, infine, donarvi un testo poetico per iniziare questo cammino di attesa: è uno scritto di una religiosa francese, sr. Marie-Pierre de Chambarand, pubblicato più di quarant’anni fa (Sur la trace de Dieu, Parigi, 1979).
Mi sembra un testo che sa suggerire atteggiamenti di gioia, di stupore, di occhi spalancati. Un dono grande che ho ricevuto e che voglio condividere.

Foto di Geordanna Cordero su Unsplash


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