Ancora Natale?

C’è una fatica, una spossatezza – ha detto il nostro vescovo – nella città e nella vita dei suoi abitanti. Donne e uomini spossati dalla fatica della gestione della vita, della propria casa, del sostentamento dei propri cari, delle preoccupazioni per figli per i genitori, dal rapporto con i vicini, con i colleghi.
Erano affaticati anche Maria, la piccola fanciulla di Nazareth, e Giuseppe, l’uomo giusto a lei sposo. Affaticati dal viaggio per il censimento, affaticati dell’incertezza di cosa sarebbe accaduto, nell’imminenza del parto, a questo figlio che da nove mesi aspettavano, nel trepidare di questo loro essere stati chiamati ad attendere una nascita, quasi loro malgrado.
Erano, come tanti di allora, affaticati dalla situazione politica che stavano vivendo in una terra occupata, senza grandi libertà, operata di tasse, dominata dalla violenza di un potere lontano.
Erano, affaticati, loro, gente di Galilea, da una religione che non concedeva spazio alla gioia, che valutava i viventi dall’osservanza di regole, spesso incomprensibili, che presentava un Dio lontano e, spesso, punitore.
Affaticati Giuseppe e Maria, e, con loro, tanti altri. Affaticati e spossati anche noi che, dopo i richiami dell’Avvento, siamo alle ultime battute dell’attesa del Veniente, incamminati verso quella sera e quel giorno che noi chiamiamo Natale. E la tentazione è grande: non un altro Natale! Non un’altra festa! Non più altre parate di angeli! Non più quella grotta colma di pastori immobili! Non più pecorelle e finti lumicini!
Ma, forse, ed è ben più grave, la tentazione di non volere più liturgie senza gioia, che ripetono schemi sempre uguali, che non riescono a incidere nella vita, nella tentazione di tacere e di darci pace, di rassegnarsi, di fermare l’attesa. Poiché noi sappiamo che, se la Liturgia vuole interpretare la nascita di Gesù come lo spuntare di una stella, come una luce che si accende nel buio, abbiamo ormai sperimentato che, usciti di chiesa, il buio ci sarà ancora, perché il buio appartiene alla vita: solo gli ingenui o gli esaltati possono dirci che la vita è, sempre, un cammino di luce.
Anche se è Natale, il buio del mondo rimane e, più o meno pesantemente, segna il nostro cammino, dentro e fuori le case, fuori dalle chiese che ci accolgono, tuttavia, illuminate a festa.

Ci rassegniamo, e, forse, ci lasciamo vincere dal buio che rimane, ma, nel cuore, resta sempre l’attesa di una luce, che, nonostante tutto, illumini il volto. Ed è per questo che, per tradizione, le chiese, nella notte del Natale, si spalancano: porte aperte che possono tutti attraversare. Si spalancano nella notte – anche se non necessariamente a mezzanotte – quando il buio sembra farsi più fitto: la messa della notte continua a donare il fascino particolare della luce accesa nel buio.
Ed è bello che la messa nella notte del Natale sia frequentata, spesso, anche da chi non va mai a messa, da chi forse non crede, o non crede più.
La messa di mezzanotte che annuncia la luce, la nascita di Gesù, non è mai un privilegio per pochi, magari pochi che si credono illuminati, appartenenti al contesto delle Comunità.
Sappiamo bene che non esistono soltanto i confini geografici che dividono i popoli, ma esistono anche i confini dello spirito, che segnano cammini percorsi diversi, e, forse, ciascuno di noi è un confine, un confine diverso.
La messa nella notte inizia con la porta che si spalanca diffondendo un po’ del
chiarore, che c’è all’interno, nella strada buia, e si fa, via via, il luogo di una benedizione. Ma non pensiamo subito alla benedizione della fine della messa, quella che danno i preti e che tutti un po’ gelosamente, forse frettolosamente, si portano a casa. C’è già una benedizione grande, infinita, presente negli uomini e nelle donne che entrano in chiesa, nonostante le loro fatiche, nonostante le loro spossatezze, nonostante il buio e le paure. È già benedizione l’aver trovato il coraggio, la forza, di varcare una porta ed
entrare in un luogo dal quale, forse inconsciamente, si sentivano esclusi.
Entrati in chiesa perché hanno lasciato che, nel loro cuore, si accendesse un
desiderio: il desiderio che nasce da una vita che si inquieta, che si lascia inquietare. Ricordo sempre una poesia che un amico prete mi aveva donato una vigilia di Natale. Diceva il poeta:

Ti benedica Dio con tutto il suo amore.
E se Dio non esistesse?
Ti benedica il desiderio che tu hai di lui.

(Daniel Vogelmann)

Viviamo una notte di uomini e donne tutti già benedetti, nella messa che si accende nel buio. Benedetti dal nostro raccoglierci in unità, di preghiera anche se non di vita, di speranza anche se non di uguali condizioni, di gioia anche se non di uguale speranza.
Benedetti dal desiderio dal desiderio di un lume, di una luce.
Benedetti, anche se Dio non esistesse, benedetti dal desiderio che abbiamo di lui, che ci ha condotti in quella chiesa, quella notte.
E se la luce della chiesa è quella di un luogo illuminato a giorno, possiamo pensare alla benedizione di quell’altra, antica, notte, in quella grotta, in quella piccola luminosità della luce fioca di alcune lanterne, quando i pastori mossi dal desiderio di vedere, videro un bambino, avvolto in fasce in una mangiatoia.
Gli angeli avevano detto grandi cose, ma non videro alcunché di nuovo: quanti dei loro figli erano nati allo stesso modo, in un luogo simile.
Non videro novità: un uomo una donna il loro bambino, lo squallore e la povertà di una vita incerta.
Non avevano visto cose nuove, ma avevano ascoltato il desiderio di muoversi, di mettersi in cammino.
E avevano avuto il coraggio di entrare, a vedere il consueto, il normale, ma abitati da un desiderio

Mossero: e Betlehem, sotto l’osanna
de’ cieli ed il fiorir dell’infinito,
dormiva. E videro, ecco, una capanna.

Ed ai pastori l’accennò col dito
un angelo: una stalla umile e nera,
donde gemeva un filo di vagito.

E d’un figlio dell’uomo era, ma era
quale d’agnello. Esso giacea nel fieno
del presepe, e sua madre, una straniera,

sopra la paglia. Era il suo primo, e il seno
le apriva; e non aveva ella né due
assi; all’albergo alcun le disse: È pieno.

Nella capanna povera le sue
lagrime sorridea sopra il suo nato,
su cui fiatava un asino ed un bue.

Noi cercavamo Quei che vive… – entrato
disse Maath. Ed ella, con un pio
dubbio: Il mio figlio vive per quel fiato…

Quel che non muore… – Ed ella: Il figlio mio
morrà (disse, e piangeva su l’agnello
suo tremebondo) in una croce… – Dio… –

Rispose all’uomo l’Universo: È quello!

(Giovanni Pascoli, In Oriente)

E possa risuonare l’augurio: buon Natale alla terra intera, il paese di tutti, il “nostro paese”, con l’augurio che tutti, uomini e donne, di ogni appartenenza, si impegnino a chiedere con forza, e gridare con verità, un terreno inno di “gloria” e di “pace” perché, nessun bambino, e donna e uomo, viva la notte buia! Perché sia davvero un Natale buono!

Foto di Tim Mossholder su Unsplash


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