Suor Daria, sessant’anni spesi bene!

Suor Daria, sessant’anni spesi bene!

Suor Daria Gabardi, comboniana da sessant’anni e residente da qualche anno a Milano, ha condiviso la sua esperienza di missionaria e di religiosa in tante parti del mondo.

Suor Daria che cosa ti fa risuonare in questa ricorrenza? 

Ho dentro di me tanta gioia e gratitudine per il dono della vocazione missionaria avuta a soli 23 anni. Nata nel 1938, l’anno che avrebbe visto imporre le leggi razziali in Italia, sono partita per il mondo dalla provincia di Varese, dal paese di Cassano Magnago, per incontrare, in luoghi diversissimi, migliaia di persone sulla strada che mi ha indicato il Signore. 

Perché hai scelto di essere suora missionaria comboniana? 

San Daniele Comboni ha avuto il dono di profonda confidenza e incrollabile fede in Dio, anche in contesti difficili e sofferti, stando sempre dalla parte degli ultimi della storia, gli schiavi. Ogni epoca vede i suoi schiavi e come suora missionaria comboniana incarno il sogno di Comboni, che è poi il sogno di Dio. 

La tua esperienza è iniziata subito molto lontano, negli Stati Uniti. Che cosa ci racconti? 

Sono partita nel 1964, subito dopo la professione, per l’Alabama, uno stato del Sud degli USA, poi la Virginia e infine la Pennsylvania. Erano gli anni della segregazione razziale, Kennedy era stato ucciso da pochi mesi e dopo pochi anni anche Martin Luter King sarebbe stato assassinato. I fanatici, violenti, del Ku Klux Clan si aggiravano per le strade di notte per vessare e perfino uccidere gli afroamericani. La mia comunità era inserita in un quartiere solo afroamericano per svolgere un servizio simile ai nostri Centri di Ascolto.  

Anche in Virginia vivevamo in una comunità di afroamericani, facendo pastorale parrocchiale e gestendo una Scuola materna. In Pennsylvania ho frequentato un corso da infermiera e lavorato in una RSA gestita dalla Diocesi. 

E da lì lo Spirito Santo ti ha inviato in Africa, un balzo incredibile! Che cosa ricordi? 

Nel 1980 le superiori mi hanno mandato in Zambia, un paese africano, facendomi compiere un balzo incredibile! A Itezhi-Tezhi, un piccolo villaggio sul fiume Kafue, all’interno di un parco nazionale grande come la Toscana, un sacerdote aveva costituito una piccola comunità internazionale fra i tecnici italiani e gli operai zambiani che lavoravano a una diga. Noi, suore missionarie comboniane siamo diventate parte integrante di questa piccola chiesa multietnica. 

Poi sono passata alla capitale dello Zambia, Lusaka, in un grande quartiere costituitosi per la massiccia immigrazione dai villaggi di chi cercava fortuna in città. Il diffondersi dell’AIDS ha messo alla prova la tenuta della società zambiana che discriminava ed emarginava i malati; per questo il servizio pastorale e di assistenza nelle comunità cristiane hanno giocato un ruolo fondamentale di coesione sociale.  

Dopo tanta violenza armata e sociale, neppure l’esperienza diretta della guerra ti è mancata! Come ti ha segnato?

Con lo scoppio della guerra in Mozambico, il Malawi aveva dato ospitalità a migliaia di profughi e così, con alcune sorelle comboniane, sono andata a vivere in una casetta vicino al campo profughi per collaborare con i padri comboniani, Croce Rossa e l’organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati: è stata sicuramente l’esperienza che mi ha segnato più di tutte! 

Terminata la guerra in Mozambico i profughi hanno potuto ritornare in patria, ora completamente distrutta, ma in mano avevano un certificato o un diploma ottenuto grazie ai corsi frequentati nei campi profughi. Un segno di speranza per ricostruire il loro paese.

Anche l’esperienza con i profughi ruandesi scampati al genocidio del 1994 tra Tutsi e Hutu è stata toccante! La diocesi aveva istituito centri di accoglienza e programmi di sviluppo per loro, ai quali ho potuto contribuire. 

Suor Daria in occasione della festa per i suoi 60 anni di ordinazione religiosa

Caspita, sei proprio tosta Suor Daria, una vera roccia! Che cosa ti ha dato forza in tutti questi anni? 

Dopo sessant’anni di servizio in tante parti del mondo, sono rientrata in Italia e lavoro nella comunità di San Basilio! Festeggio, ma soprattutto a ringrazio il Signore per tanta fedeltà e per avermi guidata con amore in tutte queste esperienze e situazioni diverse.  

Ho imparato che la bellezza della vita non è nel possedere, ma nel sentirsi amati e amare: tessere relazioni dà sapore alla nostra vita. Dai popoli che mi hanno accolto ho imparato la capacità di rialzarsi sempre, di trovare dentro di sé la forza di ricominciare. Siamo figlie e figli di Dio e Lui ci ha “messo la nozione di eternità nel cuore” (Qoelet 3,11).

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